Cerca:    
Giorno: 19/11/2017  Ora
Login Form

Username:

Password:

GLI ELEMENTI DISTINTIVI DELLE COLLABORAZIONI COORDINATE E CONTINUATIVE


Parere del Prof. Romano Mosconi

Il Codice Civile distingue le prestazioni di lavoro in lavoro autonomo e lavoro subordinato. In particolare il lavoro autonomo viene previsto e regolamentato agli art. 2222 e seguenti del C.C. e si concretizza in un contratto d’opera nel quale l’esecutore si impegna alla fornitura di un risultato predeterminato nei confronti del committente.

In tale ambito l’opera cui corrisponde il risultato viene realizzata senza alcun vincolo di subordinazione nei confronti del committente e con l’utilizzo prevalente delle proprie risorse personali fisiche e mentali da parte dell’esecutore.

Sono quindi l’assenza di subordinazione e l’utilizzo di risorse personali che distinguono il lavoro autonomo da quello subordinato e non anche l’oggetto della prestazione o il luogo di svolgimento della stessa o eventuali ulteriori caratteristiche.

A dimostrazione di ciò è facile rilevare che la pulizia di una stanza può essere realizzata allo stesso modo sia in piena autonomia, che nel quadro di una totale dipendenza funzionale. Nel primo caso si ha lavoro autonomo, nel secondo lavoro dipendente.

Precisato ciò occorre rifarsi all’art. 409 C.P.C. per acquisire una prima cognizione della collaborazione coordinata e continuativa, meglio definita poi nella norma fiscale, nella dottrina e nella giurisprudenza.

Si può definire così quale prestazione di collaborazione coordinata e continuativa (art. 409) quella prestazione non subordinata (e quindi di lavoro autonomo), ancorché continuativa, nei confronti del medesimo committente che si fa carico del coordinamento del “modus operandi” del prestatore, al fine di evitare che si creino disarmonie o disorganizzazione fra la prestazione coordinata e continuativa e l’attività del committente stesso, in modo quindi che il risultato di quella si possa integrare correttamente nell’attività di questo. Si determina così un collegamento funzionale fra le due attività prima ancora del raggiungimento del risultato del collaboratore che risulta essere indispensabile per la citata integrazione finale. Vale l’esempio del giornalista il cui articolo realizzato autonomamente deve comunque avere dimensioni e tempi di realizzazione tali da integrarsi correttamente nel progetto editoriale del giornale che il direttore di testata e il comitato di redazione a loro volta realizzano.

Altrettanto vale l’esempio della prestazione assistenziale che la psicologa autonomamente pone in essere all’interno del “percorso di reinserimento sociale o socio sanitario” che la cooperativa sociale a sua volta realizza nei confronti della persona assistita.

Come già indicato per l’attività di pulizia, sia l’attività di giornalista che quella della psicologa possono essere realizzate indifferentemente come prestazioni di lavoro subordinato, che come prestazioni di collaborazione coordinata e continuativa, che come prestazioni di lavoro autonomo quale professione intellettuale (art. 2229 C.C.).

Come facilmente comprensibile in tali casi i confini fra le figure di lavoratore subordinato, parasubordinato ed autonomo sono così labili che lo stesso ente di previdenza INPS ha ricercato una soluzione del problema in un ambito che non fosse esclusivamente legato ai caratteri della prestazione (per altro non determinanti), bensì che prendesse in esame e valorizzasse significativamente la volontà delle parti contraenti qualunque queste siano ( soci lavoratori ; cooperativa ; lavoratori non soci ; imprese non cooperative ; ecc.).

La problematica, già affrontata anche dalla Corte di Cassazione, è stata risolta con la sentenza n. 4948 del 1996, dove si ribadisce il principio in base al quale, al fine della corretta individuazione del rapporto di lavoro che si instaura, occorre verificare e valutare la volontà delle parti a prescindere dal titolo utilizzato per definire il contratto di lavoro stipulato. In particolare quando le parti nel regolare i loro reciproci interessi abbiano dichiarato di voler escludere l’elemento della subordinazione, non è possibile, specie nei casi caratterizzati dalla presenza di elementi compatibili sia con il lavoro subordinato che con il lavoro autonomo, pervenire a una diversa qualificazione del rapporto se non si dimostra che in concreto, il detto elemento della subordinazione si sia di fatto realizzato nello svolgimento del rapporto medesimo.

Lo stesso istituto di previdenza, nella propria circolare n. 219 del 14 novembre 1996,  detta un elenco di elementi che qualificano il rapporto di lavoro come non subordinato :

·     volontà manifesta delle parti di escludere il carattere di subordinazione ;

·     compenso commisurato al grado di professionalità del soggetto prestatore d’opera, nonché al risultato da raggiungere ;

·     la scelta delle modalità di esecuzione del lavoro deve risultare libera ;

·     non si prevedono sanzioni disciplinari ;

·     esistenza di un orario concordato.

Tali elementi seppur dettati per una categoria specifica di utenti (gli insegnanti)  pongono le basi per determinare un elenco di principi che riconosca senza ombra di dubbio il lavoro subordinato da quello parasubordinato.

Abbiamo visto quindi come l’espressione di lavoro parasubordinato sta ad indicare una categoria di rapporto di lavoro collocabile in una zona intermedia tra lavoro autonomo e lavoro subordinato, caratterizzato dall’autonomia del collaboratore nello svolgimento del proprio lavoro e dall’assenza dell’elemento di subordinazione, anche se al fine di verificare l’esistenza della coordinazione occorre riscontrare che l’attività del collaboratore sia inserita nel più ampio contesto della realizzazione degli obiettivi del committente.



 


Torna Indietro
Il parere dei nostri esperti

Problemi di gestione ed amministrazione?
Fai una domanda.
Consulta casi e questioni.

Agenda