Cerca:    
Giorno: 21/11/2017  Ora
Login Form

Username:

Password:

Di seguito si riportano i contributi degli esperti che collaborano nel progetto Equal 'Nodi territoriali per la formazione manageriale e sviluppo dell'impresa sociale'

BASE SOCIALE: NUOVE OCCASIONI DI FINANZIAMENTO E SVILUPPO PER LE COOPERATIVE

"NELLA BASE SOCIALE NUOVE OCCASIONI DI FINANZIAMENTO E SVILUPPO PER LE COOPERATIVE SOCIALI"
a cura dell'Avv. Daniele De Matteis


La cooperazione sociale non manca di suscitare già da qualche anno sia l’attenzione del legislatore, intervenuto a più riprese a regolarne direttamente ed indirettamente l’assetto, sia -considerando i dati statistici- l’interesse di quanti si organizzano secondo i modelli del terzo settore per il raggiungimento di fini non necessariamente, o non esclusivamente, mutualistici. Si tratta, quindi, di un settore che negli ultimi tempi ha subito una evidente evoluzione ed ha acquisito sempre maggiore consistenza e dal punto di vista giuridico e da quello della concreta attuazione.

  Il quadro normativo di riferimento

Con la legge n. 381, del 8 novembre 1991 – “Disciplina delle cooperative sociali”, viene legislativamente consacrata la presa di coscienza dell’importanza di tale specifico settore cooperativistico, definendo la natura per così dire ambivalente della cooperativa sociale: privatistica quanto all’assetto organizzativo, pubblicistica quanto all’interesse perseguito (promozione umana e integrazione sociale dei cittadini). Meno di tre mesi dopo entrano in vigore le “Nuove norme in materia di società cooperative” (legge n. 59, del 31 gennaio 1992), della cui applicabilità alle cooperative sociali nessuno dubita. Sino a giungere alla recente e radicale riforma del diritto societario, che ha coinvolto anche l’ambito delle cooperative, intervenendo segnatamente riguardo ai mezzi di finanziamento a disposizione delle stesse.

Tuttavia, come spesso accade in frangenti analoghi, la stratificazione cronologica degli interventi normativi, se da un lato offre chiarimenti, estensioni applicative e, dunque, nuove opportunità, dall’altro può andare a detrimento della immediata percezione e sistematica comprensione del fenomeno della cooperazione sociale da parte del sempre più vasto “bacino di utenza”. Un fenomeno che dunque, anche agli addetti ai lavori, potrebbe apparire proteiforme, dai contorni non sempre netti.

Una sintetica rilettura del quadro normativo, necessariamente limitata ad uno specifico argomento (l’articolazione della base sociale) e scevra da ogni presunzione di esaustività ed autenticità interpretativa, può porre in evidenza un particolare strumento di finanziamento di cui il legislatore ha inteso dotare le cooperative, al fine di consentirne un maggior sviluppo, insito per l’appunto nella possibilità di prevedere varie categorie di soci all’interno di una cooperativa sociale.

Si impone, così, un breve excursus sulle diverse categorie in cui può articolarsi la base sociale di una cooperativa, sottolineando sin da subito come sia facilmente intuibile che l’esistenza di differenti gruppi di soci permetta una maggiore elasticità nell’adeguare il tessuto organizzativo al fine del soddisfacimento degli interessi particolari di ogni gruppo e, conseguentemente, del raggiungimento del precipuo e più generale oggetto sociale.

  Soci “ordinari”: centralità dello scopo mutualistico

La categoria di soci che potrebbero definirsi ordinari, per la loro tradizionale presenza all’interno della base sociale, è formata da coloro che si organizzano in cooperativa allo scopo di soddisfare le proprie esigenze per il tramite dell’attività svolta dalla cooperativa medesima.

Per tali soggetti, la partecipazione alla cooperativa risulta vantaggiosa o perché da essa se ne trae direttamente una qualche utilità patrimoniale o, più in generale, economica, o perché si beneficia dei servizi offerti dalla cooperativa sulla base del rapporto mutualistico. Possono far parte di tale categoria, dunque, soci che intendono apportare la propria attività lavorativa o prestazione professionale regolarmente retribuite (soci lavoratori), così come coloro che fruiscono delle attività della cooperativa (soci utenti di servizi o soci fruitori).

Risulta evidente, quindi, come questa tipologia costituisca l’aggregazione per così dire genetica ed imprescindibile di qualsiasi realtà cooperativistica, rappresentando l’insieme dei soggetti che, indipendentemente dalla forma di vantaggio immediato che traggono dalla partecipazione alla cooperativa sociale, contribuiscono personalmente e concretamente al perseguimento dello scopo mutualistico, partecipando in maniera attiva (anche dal punto di vista gestionale) alla vita della cooperativa.

Ciò basterebbe ad intuire la rilevanza di tale categoria di soci per il fenomeno della cooperazione sociale, e la prevalenza del principio solidaristico che deve contraddistinguere rapporti tra gli stessi, rispetto agli interessi lucrativi, meramente strumentali e, comunque, certamente secondari.

La riforma del diritto societario ha ribadito con forza, si direbbe, la perfetta parità di trattamento nell’esecuzione dei rapporti mutualistici, esplicitamente affermando il criterio informatore della partecipazione dei soci cooperatori alle scelte decisionali, ovverosia il principio del voto pro capite. Il novellato art. 2538 c.c., infatti, al secondo comma testualmente recita: ciascun socio cooperatore ha un voto, qualunque sia il valore della quota o il numero delle azioni possedute.

La centralità dei soci cooperatori, in uno con il diritto di voto slegato dal valore delle quote sottoscritte, descrive bene l’intento del legislatore di evitare che venga snaturata la funzione mutualistica delle cooperative sociali, anche in riferimento alle altre categorie di soci prevedibili nello statuto (in particolare, come più avanti si avrà modo di notare, per quanto concerne i c.d. soci sovventori).

 

Un caso di cooperativa fittizia

Un ultima notazione di carattere “applicativo” si intende aggiungere, in riferimento a tale prima categoria di soci: come si è già sottolineato essi perseguono la realizzazione dello scopo mutualistico mediante la loro concreta e reale partecipazione alle attività della cooperativa. Ciò si ribadisce poiché è già stata (seppur indirettamente) censurata in sede penale la costituzione di una cooperativa meramente fittizia, al fine di sottrarsi all’obbligo individuale di tenuta delle scritture contabili -da parte del singolo socio, dimostratosi in realtà imprenditore individuale-.

E’ interessante notare come la Corte di Cassazione abbia ritenuto sostanzialmente logica e legittima la motivazione del giudice di merito, ed abbia così sottolineato il difetto del requisito mutualistico e l’inesistenza della cooperativa (cooperativa fittizia) verificabili secondo i seguenti parametri: carenza di una sede effettiva, di conferimenti da parte dei soci, di effettivo svolgimento di alcuna attività gestionale o di coordinamento. Con la conseguenza che ogni socio avrebbe dovuto adempiere agli obblighi incombenti su ogni imprenditore individuale, ivi incluso quello della tenuta delle scritture contabili (cfr. Cass. Sent.n. 12205/95).

La citata giurisprudenza di legittimità offre, in questa sede, un semplice spunto di riflessione relativo alle troppo spesso sottovalutate conseguenze (in questo caso di natura penale) di applicazioni piuttosto disinvolte della normativa vigente, strumentalmente tese a cogliere benefici immediati e ben diversi da quelli intesi dal legislatore.

 

Cooperazione sociale e soci volontari

Altra categoria di soci, introdotta con la legge n.381/91, è costituita dai soci volontari, previsti unicamente per la compagine delle cooperative sociali e, pertanto, considerati uno dei punti di discrimine tra queste ultime e le altre tipologie di cooperative.

Nel primo comma dell’art. 2 della citata legge si afferma che, oltre ai soci previsti dalla normativa vigente, gli statuti delle cooperative sociali possono prevedere la presenza di soci volontari che prestino la loro attività gratuitamente.

Già dalla lettera della norma si ricavano precise indicazioni riguardo alla connotazione di questa categoria di soci, ritenuta a ragione dai primi commentatori della legge una novità assoluta nel panorama della cooperazione italiana e peculiare delle cooperative sociali:

-          il socio volontario offre una qualche prestazione lavorativa in seno alla cooperativa;

-          non persegue fini lucrativi.

Quanto al primo elemento con la Circolare n. 116/92 del Ministero del lavoro e della previdenza sociale, si è chiarito che i soci volontari partecipano –insieme agli altri- al raggiungimento dello scopo sociale attraverso il loro apporto lavorativo. Pertanto anche per questi soggetti la condizione per essere qualificato come socio della cooperativa è la prestazione lavorativa, che in tale specifico caso è resa gratuitamente. Se ne deduce la volontà di escludere, per le cooperative sociali, la prassi invalsa in altre forme di associazionismo, secondo la quale possono assurgere alla qualità di soci quanti intendano rivestire semplicemente la posizione di “simpatizzanti”, pur non operando in alcun modo all’interno della cooperativa.

Quanto al secondo elemento, il citato art. 2 specifica che ai soci volontari non si applicano i contratti collettivi e le norme di legge in materia di lavoro subordinato ed autonomo (comma 3) e può essere corrisposto soltanto il rimborso delle spese effettivamente sostenute e documentate (comma 4); tanto basta per affermare che in nessun caso l’attività resa dal socio volontario all’interno della cooperativa sociale può risolversi in una fonte di reddito per lo stesso, non potendosi instaurare tra quest’ultimo e la cooperativa alcun rapporto di lavoro, né autonomo né dipendente. L’attività prestata dai soci volontari può, dunque, inquadrarsi come collaborazione a titolo gratuito.

Si noti come non si sia voluto stabilire un criterio forfetario per quanto concerne il rimborso spese ai soci volontari (criterio che avrebbe permesso un sistema di rimborsi decisamente più snello e meno burocratico). Si è viceversa ritenuto di non correre il rischio di snaturare la figura del socio volontario, rendendo possibile il rimborso delle sole spese effettivamente sostenute ed inerenti l’attività svolta a favore della cooperativa e comprovate da apposita documentazione.

Tale apparente rigidità ha il pregio di consentire un controllo di maggiore efficacia (esercitabile in primis dagli amministratori e dai sindaci) affinché dietro le mentite spoglie del rimborso spese non si nascondano vere e proprie forme di compenso non consentito ai soci volontari, per la spontanea collaborazione da questi prestata in seno alla cooperativa sociale.

In sintesi, la figura del socio volontario non può, né deve mai considerarsi sovrapponibile ed intercambiabile con quella del socio cooperatore, ma deve piuttosto sostanziarsi in un apporto di completamento ed integrazione dell’attività svolta dai soci prestatori.

Anche a tal proposito è stata legislativamente prevista una apposita sezione del libro dei soci, dove iscrivere i soli soci volontari, e determinato un limite massimo alla loro presenza nella compagine sociale, rapportata alle altre categorie di soci previste dallo statuto: il numero dei volontari non può superare la metà del numero complessivo dei soci (art. 2, comma 2, legge n.381/91).

La figura del socio volontario, nel rispetto dei requisiti sopra indicati, appare dunque una reale opportunità per il settore della cooperazione sociale e può essere letta come un incentivo allo sviluppo di quest’ultimo.

Si tratta di soggetti mossi da spirito di solidarietà e (come suggerisce lo stesso riferimento al fenomeno del volontariato insito nella denominazione) motivati dal perseguimento di un interesse generale, al di là di qualsivoglia interesse economico particolare. Disposti ad impiegare disinteressatamente tempo e denaro; disposti, cioè, non solamente ad offrire gratuitamente la propria attività lavorativa, ma anche a partecipare e, dunque, condividere il rischio di impresa mediante la sottoscrizione di –seppur minime– quote di capitale sociale, spesso senza attendere alcuna remunerazione da tale investimento.

Un’opportunità da non sottovalutare, quella del riscorso ai soci volontari, poiché per le cooperative sociali può rappresentare un duplice vantaggio:

-          da un lato facilita il reperimento di professionalità qualificate al servizio della cooperativa a costi talmente contenuti da risultare vicini allo zero; si pensi all’apporto lavorativo dei soci volontari spesso consistente in prestazioni professionali (medici, psicologi, ecc), alle quali non corrispondono, a carico del bilancio della cooperativa sociale, uscite patrimoniali, eccezion fatta per gli espressamente previsti rimborsi spese. Si noti, a tale ultimo proposito, come la normativa vigente abbia esplicitamente derogato alle disposizioni della legge n.1815/39, rendendo così opportunamente possibile l’accesso alla compagine sociale delle cooperative, a soggetti esercenti attività di assistenza e consulenza, prima interdetto (art. 10 legge n. 381/91);

-          dall’altro, l’ingresso dei soci volontari rappresenta anche una fonte (seppur limitata) di risorse di carattere più strettamente finanziario, posto che comporta in ogni modo la sottoscrizione di quote di capitale.

Rimane tutto da verificare, tuttavia, sia il grado di consapevolezza del settore della cooperazione sociale rispetto ai possibili vantaggi appena accennati ed offerti dalla possibilità di annoverare tra i propri soci i c.d. volontari, sia il “gradimento” o, più in generale, la risposta del settore del volontariato a tale proposta.

E’ un dato consolidato, infatti, quello che vede il volontariato già da tempo organizzato in proprie forme e strutture: ciò che potrebbe avvicinare tale settore al fenomeno della cooperazione sociale, potrebbe consistere nella specifica attenzione dell’impresa sociale ai criteri di razionalità economica che ne aumentano l’efficienza e la competitività sul mercato e, di conseguenza, il grado di raggiungimento dello scopo sociale (che rimane, ovviamente, di tipo solidaristico).

  I soci sovventori

            Il legislatore ha evidentemente ritenuto che non basti la previsione della categoria dei soci volontari a risolvere tutte le difficoltà connesse allo sviluppo della cooperazione sociale ed, in particolare, a scongiurare il rischio del perdurare del fenomeno della sottocapitalizzazione delle cooperative, realtà sin troppo consueta nell’ambito del terzo settore.

            E’ in tale chiave di lettura che va valutato l’intento legislativo di imprimere in qualche misura connotati imprenditoriali al modus agendi delle cooperative sociali, anche e soprattutto con particolare riferimento alle concrete possibilità e forme di reperimento di capitale di rischio in misura adeguata alle attività svolte dalle cooperative medesime, per il raggiungimento dello scopo sociale.

            Si è, dunque, lucidamente e correttamente considerato come il prevedere la possibilità di dotare le cooperative sociali di metodi di reperimento di risorse finanziarie analoghi a quelli previsti per le attività caratterizzate dallo scopo di lucro, non significhi necessariamente pregiudicare il carattere non profit delle cooperative medesime.

            Con tale intento è stata riconosciuta la figura del socio sovventore, categoria alla quale appartengono coloro che apportano denaro alla cooperativa sociale, senza necessariamente operarvi, attendendosi una qualche remunerazione del capitale investito. Con l’art. 4 della legge 59/92, infatti, viene sancita l’applicabilità dell’art. 2548 c.c. alle cooperative (nel cui statuto sia prevista la costituzione di fondi per lo sviluppo tecnologico o per la ristrutturazione o il potenziamento aziendale) e, di conseguenza, prevista la figura del socio sovventore anche nell’ambito della cooperazione sociale.

            Nell’atto costitutivo si può prevedere l’attribuzione a tale categoria di un numero variabile di voti, in proporzione alla quota di capitale sottoscritta, anche se mai superiore a cinque per socio.

            Vengono, inoltre, sanciti ulteriori limiti al diritto di voto dei soci sovventori, il cui numero complessivo di voti non può comunque mai superare un terzo di quelli spettanti alle altre categorie di soci.

            Rimane da verificare se l’indole del socio sovventore sia caratterizzata unicamente da un fine strettamente lucrativo (la remunerazione dell’apporto finanziario), o se, al contrario, anche in questa particolare categoria abbia diritto di cittadinanza, seppure in via mediata, lo scopo mutualistico (che non deve in ogni modo risultare mortificato, costituendo la precipua finalità della cooperazione sociale).

            Non manca chi ritiene il socio sovventore senz’altro estraneo alle finalità mutualistiche, essendo animato dal solo intento di garantirsi una remunerazione del capitale investito. Ciò ha portato a considerare le limitazioni normative ai diritti spettanti a tali soci, sopra accennate, come una logica conseguenza della necessità di contemperare le esigenze di finanziamento della cooperativa, da un lato, e la difesa della natura mutualistica della stessa, dall’altro.

            Appare più corretto, tuttavia, ritenere la categoria dei soci sovventori quale strumento mediante il quale potenziare le capacità delle cooperative sociali di perseguire il proprio scopo sociale, che non può non essere permeato da finalità solidaristiche. Il socio sovventore, allora, pur attendendosi quale immediato ritorno economico la remunerazione della quota di capitale sottoscritta, contribuisce –se si vuole in maniera indiretta- al perseguimento dello scopo mutualistico.

            La stessa qualità di socio di una cooperativa sociale, assunta dal sovventore, parrebbe avvalorare questo aspetto: si tratta, infatti, di una fonte di reperimento delle risorse finanziarie interna alla compagine sociale e, dunque, necessariamente coinvolta nell’impostazione solidaristica propria della cooperazione sociale.

            Basti considerare, a tal proposito, che a norma del comma 3 del menzionato art.4, i soci sovventori possono essere nominati amministratori (pur se la maggioranza di questi ultimi deve essere costituita da soci cooperatori). Il prendere parte attiva, in qualità di amministratore, alle scelte gestionali di un soggetto giuridico quale la cooperativa sociale, non può non denotare un interesse allo sviluppo ed alla affermazione della cooperativa stessa, che da un lato comporta il soddisfacimento dell’aspettativa di sempre maggiore rendimento del capitale apportato e, dall’altro, costituisce la migliore garanzia per il raggiungimento dello scopo sociale.

            Risulta interessante notare, infine, come seppure in via ordinaria i soci sovventori usufruiscano di un certo favore nella ripartizione degli utili (comunque contenuti per legge in misura non superiore al 2% rispetto al tasso stabilito per gli altri soci), lo statuto possa stabilire la totale indistribuibilità degli utili.

            Si verrebbe a creare, così, una figura sui generis di socio sovventore, caratterizzata dall’apporto di denaro non remunerato ed animata, pertanto, da spirito di liberalità nei confronti della cooperativa sociale, della quel sosterrebbe gratuitamente l’attività mediante i propri conferimenti. Ci si troverebbe, dunque, dinanzi ad una categoria molto simile o, se si vuole speculare, a quella dei soci volontari: questi prestano gratuitamente la loro attività lavorativa, mentre i primi apportano gratuitamente il loro denaro.

            Pur non entrando nel merito della legittimità e/o coerenza di una previsione statutaria come quella sopra ricordata, sembra appena il caso di aggiungere come sia facilmente prevedibile che la mancata distribuzione di utili ai soci sovventori, rappresenti un forte deterrente all’ingresso in cooperativa da parte di tutti coloro che intendano investire i propri capitali in maniera redditizia. E sarebbe onesto aspettarsi che questi ultimi, quali potenziali soci sovventori, siano statisticamente più numerosi dei “benefattori” che vogliano sostenere gratuitamente una cooperativa sociale.

            Una assoluta indistribuibilità degli utili potrebbe, quindi, vanificare –quantomeno in parte- la ratio stessa sottesa al riconoscimento della figura dei sovventori, rappresentando un reale rischio per la tenuta del sistema pensato per facilitare e potenziale il ricorso a forme di finanziamento adeguate allo sviluppo della cooperazione sociale.

            L’incentivo costituito da una remunerazione privilegiata del capitale di rischio apportato dei soci sovventori, viceversa, ha il pregio di fungere da attrattiva per i soggetti finanziatori, rappresentando nel contempo una concreta occasione di maggiore affermazione per le cooperative, anche in relazione ai vantaggi che reca il non rivolgersi a fonti esterne di finanziamento, quali il ricorso al credito, con il conseguente risparmio del relativo costo finanziario.



Torna Indietro
Il parere dei nostri esperti

Problemi di gestione ed amministrazione?
Fai una domanda.
Consulta casi e questioni.

Agenda